Café chantant

Detto anche caffè concerto, è stato un fenomeno legato allo spettacolo e all’intrattenimento molto in voga dagli ultimi anni del XIX secolo ai primi decenni del Novecento. Coniato a imitazione dell’omologo fenomeno francese (vedi Moulin Rouge e Folies Bergere a Parigi), attecchì in prima battuta a Napoli, dove in molti caffè divenne comune riservare un angolo a forme di intrattenimento nella maggior parte dei casi legate alla musica e al canto. In breve questa ‘moda’ fà si che vengano aperti luoghi appositamente concepiti per offrire mescita di bevande con accompagnamento di spettacolo. L’apertura nel 1890 del Salone Margherita nella Galleria Umberto I di Napoli, in quartiere San Ferdinando, ad opera dei Fratelli Marino – che lo fecero divenire in breve uno dei templi della Belle Epoque – dà la stura all’apertura in ogni città e cittadina italiana di luoghi simili.

In breve si viene a costituire un comparto di artisti che fanno del café chantant il loro ambito di lavoro ed arte. Fioriscono agenzie di spettacolo e impresari, pensioni e ritrovi che si rivolgono a questi artisti, atelier di moda e di costumi, riviste specializzate per offrire e cercare ingaggi.

“- Si può anche bere!
Con questa esclamazione, tra esortativa e perentoria, un vecchio cameriere calvo e plantigrado si aggirava tra le poltrone dell’antico San Martino. E infatti ogni poltrona – lì, come al Maffei e al Romano di Torino, alla Sala Umberto o al Salone Margherita di Roma o allo stesso Trianon milanese – recava sul retro dello schienale una specie di sportello ribaltabile sul quale, all’occorrenza, si deponeva il boccale di birra, il bicchierino di liquore o la tazzina di caffè. A dire il vero, in quel tempo l’usanza era diffusa nei teatri più seri. Persino nei sussiegosi Manzoni e Filodrammatici, negli aristocratici Carignano e Paganini, nel Valle e Mercadante era possibile consumare una bibita senza muoversi dal proprio posto e i camerieri circolavano negli intermezzi a caccia d’ordinazioni. Il milanese teatro Olympia, poi, esagerava. La prima fila di poltrone aveva addirittura i suoi bravi tavolini in ferro smaltato e altri tavolini erano disseminati nel recinto dei soli ingressi. Non di rado i camerieri finivano per servire gli spettatori-clienti quando il sipario si era già levato, e ci volle la fiera suscettibilità di Ruggero Raimondi per far cessare lo sconcio. Una sera il grande attore – a quel tempo non era ancora il Maestro, ma la sua arte era fulgida sin da allora – sentì punteggiare una delle sue battute dall’acciottolìo delle sottocoppe.
-Chi vuol bere vada al caffè e non al teatro – gridò con uno dei suoi famosi flasetti. E fece calare il sipario”
Dino Falconi e Angelo Frattini, Guida alla rivista (vedi Bibliografia)

“Quello del caffè concerto era uno spettacolo del tutto particolare. Al ‘varietà’ si andava con lo stesso stato d’animo con cui si andava al caffè: per vedere un po’ di gente, per far passare il tempo e per scacciare i pensieri. Anche se fra gli attori di quel tipo di teatro vi furono degli autentici artisti – e ve ne furono, e non pochi – d’arte nessuno avrebbe mai osato parlare”.
Opera citata.

“Di solito i primi cinque numeri del programma (che in genere ne contava venti, ma tre di essi erano economicamente costituiti dalle introduzioni musicali alla prima e alla seconda parte e dal galop finale, eseguiti dall’orchestrina del locale) non erano che un pretesto per trasformare la platea nella riuscita imitazione d’un atrio di stazione, tanti erano i fischi e il chiasso che vi si scatenavano. Gli è che in quell’inizio di spettacolo si esibivano quasi sempre delle impacciate donnine smaniose di cimentarsi nel teatro di varietà, ma assolutamente sprovviste della benché minima esperienza teatrale. Si sussurrava anzi che costoro non fossero mai pagate dall’impresa e che talvolta fossero addirittura loro a pagarsi quella specie di noviziato. Il fatto sta che con tali poverette il pubblico non aveva pietà. Non valeva la bellezza, non valeva l’eleganza, non valeva la voce: erano i “primi numeri” e solo per questo andavano fischiati. Qualcuna di esse, più proterva e sfacciata, ardiva ribellarsi. C’è chi ricorda i debutti di Anna Fougez, colei che doveva diventare un giorno la super-stella del varietà, e rammenta i saporosi napoletanissimi battibecchi di quella piccante brunetta dagli occhi di fuoco coi suoi spietati fischiatori.
Opera citata.