"Sapete che cos'è il pezzo? Domandatene ad un capocomico ad un attore, ad un proprietario di teatro e vi sentirete rispondere tra un grande sventolare di braccia: l’avessimo il pezzo, caro lei! Si ha un bel dire e raccomandarsi e gridare… Ha voglia di voler bene al teatro italiano e sudare per aiutarlo se non proprio a trionfare a non morire; ma come si fa senza il pezzo? I nostri autori, tutti quanti, non vogliono capire che al teatro il pubblico si vuole divertire e che per divertirsi desidera non pensare, non essere costretto a ragionare, a torturarsi i centri cerebrali, che di questa roba che n’è fin troppa appena due passi fuori dal teatro… Ed ecco che noi siamo costretti a rimestare nei cassoni dimenticati, oppure a chiedere all’estero i successi di là… Ma dica n po’: come vuole che regga il teatro in un paese i cui autori non sanno chiamare gente per una serie rispettabile di repliche; dove una buona commedia, di quelle che il critico raccomanda attaccando e chiudendo la sua prosa con la notizia del trionfo, tiene il cartellone tre sere sì e no? Vengano qui gli autori, fuori, scrivano una buona volta anche per i gusti di chi paga, ci diano il pezzo che va, il pezzo teatrale, quello di cui il critico dice magari corna e lo fa capire tra la cronaca esatta delle chiamate, ma al quale il pubblico abbocca affamato, e saremo subito d’accordo, tutti una famiglia, pronti, dopo, a discutere fin che gli piacerà sulla crisi, sulle sanzioni, sull’arte, sulla capienza e l’architettura delle sale, sui fini, gli scopi, la missione del teatro, su tutte le corbellerie inutili che vorranno loro, gli autori, ma prima fuori il pezzo…”

Il giornalista Eugenio Bertuetti su Gazzetta del Popolo di Torino